Avete presente il rumore di un tosaerba all’alba di domenica? Non puoi ignorarlo: è invasivo, finisce per coprire tutto il resto. Ecco, per me il sequel de “Il Diavolo veste Prada” è stato esattamente questo.
Sono entrata in sala cercando di non pensare al primo film. Ma era impossibile: lo avevo ancora addosso, quasi iniettato nelle vene. L’ombra di quel gigante era lì, inevitabile, alle mie spalle. Un po’ come quando aspetti con impazienza un brindisi memorabile e ti ritrovi con un bicchiere in cui le bollicine ci sono, ma stanno già scappando.
Ed è qui che il film prova a fare qualcosa di diverso.
Runway guarda avanti: è immersa nel digitale, in linguaggi veloci che non sempre sembrano appartenere a Miranda. Lei, che ha attraversato epoche, tendenze e rivoluzioni della moda, resta ancorata a una visione più rigorosa, quasi a difesa di un’idea di editoria che oggi vacilla. Il film prova a raccontare proprio questo: la fatica di restare autorevoli in un mondo che premia la velocità più della profondità, anche quando si parla di moda.
E fin qui, tutto interessante.
Quello che invece mi ha davvero destabilizzato è stato il doppiaggio. Voci diverse, intonazioni estranee, che non si incastrano con i personaggi che avevo custodito nella memoria. Il carisma di Miranda — e persino quello del suo assistente — sembra smorzato, come se qualcosa non tornasse mai del tutto.
Se per Miranda la voce è formalmente la stessa ma appare diversa, per gli altri personaggi principali il cambiamento è ancora più evidente: voci nuove o profondamente modificate che rompono la continuità con il primo film.
Miranda non è più quella di un tempo, ok: è stanca, più trattenuta, a tratti persino più umana. Eppure la sua grinta, la sua arroganza, sono ancora lì — sepolte sotto un tappeto pieno di polvere, coperte da una voce che appesantisce ogni parola, tradisce il ricordo del personaggio, non apre alla nuova versione di Miranda.
Le voci, diverse e distanti, diventano una presenza costante, quasi invasiva: un sottofondo che disturba e finisce per coprire tutto il resto. Fanno storcere il naso e sovraccaricano un bagaglio già pieno di ricordi e aspettative.
Sono uscita dal cinema con una sensazione ambivalente: da una parte un film che prova ad aggiornarsi e a dire qualcosa sul presente; dall’altra, l’impossibilità di smettere davvero di confrontarlo con ciò che è stato.
E alla fine resti lì, con quel bicchiere in mano: le bollicine non sono del tutto sparite ma non bastano a farti brindare davvero.





