È come se ci fosse un velo sottile ad avvolgere la prima parte del libro di Enrico Galiano. Come una nebbia che nasconde e rivela, copre mentre anticipa, lascia tracce lungo il sentiero: un invito a proseguire. A seguire le briciole.
Mentre leggi, senti, mentre giri le pagine, percepisci che c’è qualcosa di più, di diverso, di importante, celato tra le righe stampate. Ti ritrovi catapultata nella storia e ti senti come un piccolo esploratore alla ricerca della verità, alla ricerca del punto esatto in cui nasce questo tornado che lentamente cresce tanto da assumere le sembianze di un gigante.
Questa ricerca la facciamo insieme alla protagonista, Vera, bambina forte, ingestibile eppure fragile come quell’ombra che le è accanto e si muove rapida, lasciando brevi scie di presenza tra brezze leggere e coccinelle sparse.
È un libro che scava, che invita a scandagliare le pieghe più profonde del dolore e del nostro essere. Un libro che lacera, confonde, spezza le certezze e togliendoti la bussola, ti lascia in balìa delle onde.
Vera è un miscuglio di tutto ciò che è difficile da comprendere: una bambina in bilico tra l’infanzia che non consola e l’età adulta che non salva: troppo piccola per comprendere, troppo grande per non sentire tutto. È alla costante ricerca di un perché, di una spiegazione, di quel tassello capace di dare un senso a un puzzle familiare e personale che le appare complicato e troppo enigmatico.
In quella famiglia fatta di silenzi e spazi svuotati manca la chiarezza. Si cerca di nascondere, di togliere il ricordo di qualcosa che fa male e a cui non si è riusciti dare una forma o un significato. Si cerca di silenziare, di ridurre a brandelli qualcosa che prima o poi tornerà a galla magari sotto forma di messaggio su whatsapp e allora sarà troppo tardi per tentare di nascondere la verità che arriverà come una doccia gelida: fredda e improvvisa trasformerà la primavera in un buio inverno.
Perché scoprire la realtà non è mai facile, non assomiglia a una passeggiata al chiaro di luna sulla spiaggia ma a una corsa in un bosco in piena notte. Apre squarci in pieno petto e ti mette al tappeto. La realtà come l’avevi immaginata non esiste più e sei costretta a guardare il mondo che ti circonda in un altro modo. Quello di Vera è un viaggio in cui si cammina su cocci di vetro: ogni passo fa male ma rafforza il cuore e la consapevolezza di quello che si è, di quello in cui ci si può trasformare.
Noi conosciamo Vera fin dalle prime pagine e fin da subito facciamo il tifo per lei. Una bambina che fin all’inizio scruta il mondo alla ricerca di uno spiraglio. Sentiamo il suo dolore e quella fame disperata di essere vista, ascoltata, abbracciata. Non bastano le parole, né i gesti: Vera vuole uno sguardo che la attraversi e che la riconosca. Ci immedesimiamo in lei, in quella sua voglia feroce di capire, di mettere ordine tra le macerie emotive. Le sue domande diventano le nostre, la sua confusione ci abita, la sua rabbia ci scava. La accompagniamo mentre cresce, mentre cerca un senso, mentre si costruisce un’identità con quello che ha – o forse – con quello che le è mancato. E quando la ritroviamo adolescente, alle prese con il primo amore, ci accorgiamo di quanto siamo rimasti accanto a lei. Siamo con lei, con ogni suo piccolo passo avanti, con ogni tremolio che non l’ha fermata ma rafforzata. Facciamo il tifo per le sue fragilità perché sono vere e autentiche. Per quella parte di lei che non ha voce ma urla lo stesso. Per quella parte che resiste e cresce anche quando sembra spezzarsi. E lentamente, pagina dopo pagina, la vediamo comprendere di più di se stessa.
La storia ha inizio con un lutto che, come dopo il passaggio di un uragano ha lasciato dietro di sé detriti e resti di una felicità di cui rimangono solo frammenti e solitudini. La scia di dolore è un sentiero che ognuno nella famiglia di Vera affronta come può per sopravvivere: c’è chi si trincera dietro il silenzio, chi inizia ad aggiustare le cose ancora prima che si rompano tentando così di operare un apparente controllo sulla vita e c’è chi come Vera, quel dolore lo subisce, gli permette di scavarle dentro ma è anche la molla che la fa andare avanti, cercare, scoprire la verità dietro quella morte, la scomparsa di suo fratello Cè, per lei un esempio da raggiungere ed emulare. Perché il dolore è un percorso, anche di conoscenza di noi stessi. Un viaggio silenzioso, profondo, attraverso il quale lentamente diventiamo ciò che siamo.
In fondo Vera lo siamo tutti. Cerchiamo un posto che ci somigli, proviamo a mettere a posto i tasselli della nostra storia, a dare un senso a ciò che ci accade anche quando il dolore ci schiaccia a tal punto da toglierci il respiro e lasciarci senza fiato. Proprio lì, in quel momento, forse, inizia il percorso per ritrovarci, ascoltarci e seguire le briciole che sono state lasciate lì per noi, per farci arrivare in quel punto e il quel luogo che è casa.
TITOLO: Quel posto che chiami casa
AUTORE: Enrico Galiano
CASA EDITRICE: Garzanti
PAGINE: 432 pagine





