Grovigli di Petra

Parole, letture, ricordi, racconti, passioni e pensieri

BUCANEVE

Pensavo fosse amore, invece era un calesse. Può essere sintetizzata così la recensione del libro che ho appena letto “Bucaneve” di Mélissa Da Costa. Una lettura iniziata con le papille gustative in fermento e terminata con un retrogusto amaro, tratti di incredulità (Ma davvero c’è scritto questo?), occhi sbarrati (Nooooo! Non può essere vero!). Una storia vischiosa, collosa, densa di stereotipi e romanzata all’inverosimile. Ciò che brucia di più è il fatto che le prime cento pagine scorrono che è una meraviglia. L’architettura così come è costruita ti regala aspettative che poi lentamente naufragano, lasciandoti intirizzito come dopo una doccia gelata.

Ci si rimane male. Eh!

Partiamo dall’inizio. Ambre (dai capelli d’ambra) ha vent’anni, una vita sopra le righe e piena di eccessi. È l’amante di un quarantenne, Philippe, professionista affermato con moglie e figli a carico. Nessuna promessa e nessun coinvolgimento. Solo incontri fugaci e violenti nel monolocale che lui le ha regalato. Il loro è un amore tossico, fatto di attese, solitudini e scampoli di tempo. Ambre va letteralmente in tilt ogni volta che non lo sente o che lui ritarda ai loro appuntamenti. Oramai vive solo per quei brevi e intensi attimi tra loro. Questo la consuma a tal punto che tenta il suicidio. Philippe, cerca di salvare lei e la sua reputazione portandola in un posto lontano, ad Arvieux, sulle Alpi francesi, proponendola come cameriera stagionale in un albergo. Lei ruggisce, si dimena, cerca il silenzio e la sfida ma trova un paesino incastonato tra montagne innevate e locali che servono cioccolata calda. Qui incontrerà la sua nuova famiglia costituita da altri ragazzi, stagionali anche loro, in preda a vite scrostate, limiti da superare, rinascite da erigere. Ragazzi come Tim, 22enne gay rifiutato dalla sua famiglia, Rosalie mamma single con sindrome dell’abbandono, Wilson che preferisce le passeggiate all’aperto e la solitudine al gruppo. Andrea italiano playboy da strapazzo. Ogni giorno, tra serate in discoteca e ciaspolate nei boschi, tra litigate, incomprensioni e riappacificazioni gli uni entreranno nella vita degli altri aggiustandosi a vicenda.

Entriamo nel particolare. Sembra, almeno all’inizio, un romanzo sull’amicizia e sulla rinascita. Non lo è. Tra loro è più un muto soccorso. Si tratta di legami per lo più tossici che non aggiungono niente, non c’è crescita né evoluzione, semmai qui ognuno si aggrappa all’altro per non affogare. Ambre, naviga a vista tra i suoi vent’anni caratterizzati da immaturità, autodistruzione, vuoti che colma nel modo sbagliato e punti di riferimento mancanti. Ci sono momenti in cui appare così fragile che viene voglia di abbracciarla e altri in cui vorresti prenderla a sberle. Tratteggiata come una ragazza triste, solitaria, ribelle, il più delle volte appare maleducata e viziata. Fanno tutti a gara per aiutarla a uscire dalle sabbie mobili in cui si trova ma non si capisce il perché di tutto questo accanimento. Lei non fa un passo verso gli altri che invece si prodigano per lei (boh!). Non si fa scrupoli a pugnalare alle spalle chi trova sul suo cammino e buttargli addosso tutta la sua rabbia. Una ragazza antipatica e stizzosa che trova però conforto e porte aperte dappertutto.

Le porte aperte. Sono i personaggi costruiti a tavolino con caratteristiche proprie di un romanzo che vuole presentarsi come inclusivo ma che finisce per essere banale: il ragazzo omosessuale, la giovane mamma psicologicamente fragile, lo sciupafemmine, il silenzioso (Wilson) che nasconde dentro di sé molto di più di quello che fa vedere e che l’autrice relega a fine del romanzo, dedicandogli solo qualche pagina invece che soffermarsi sull’unico elemento che avrebbe potuto far brillare veramente la storia.

Un racconto che di fatto si esaurisce intorno alla metà del romanzo ma anziché piantarla lì, Da Costa decide di iniziare a rovistare tra la vita dei ragazzi aggiungendo cliché su cliché. Ecco allora affiorare il passato di Rosalie, che sarebbe stato meglio lasciare dove era e un intreccio tra Ambre e Tim che vorrei davvero spoilerare per farvi capire meglio ma non lo posso fare. Posso dire solo che, mentre leggevo, non sapevo se ridere o piangere talmente alto era il grado di ridicolaggine.

Si tratta di personaggi che l’autrice vuole farci passare come risultato di una vita dura e storta, fatta di sacrifici e abbandoni ma che appaiono del tutto vuoti e poco significativi. Non si elevano, non si aiutano tra loro, restano a galla e basta.

Insomma, non mi è piaciuto molto questo libro, forse si è capito. Non so se proverò a leggere altri titoli di Da Costa. Documentandomi ho letto che sono di un altro livello rispetto a questo. Un’altra chance si dà a tutti. Vedremo.

TITOLO: BUCANEVE

AUTRICE: Mélissa Da Costa

CASA EDITRICE: Rizzoli

PAGINE: 479

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