Grovigli di Petra

Parole, letture, ricordi, racconti, passioni e pensieri

Il Teschio

Assomiglia a una fiaba, tiene con il fiato sospeso, l’ironia è sottile, le illustrazioni che fanno da sfondo ci dicono molto di più delle parole (un classico per Klassen). Le tinte sono cupe, l’atmosfera è tenebrosa, si intravede, per pochi attimi solo l’alba e a spiccare tra l’oscurità è il bianco: degli occhi sbarrati di Otilla e del teschio che le tiene compagnia.

Questa è una storia, come raccontata dallo stesso autore in una nota d’appendice, scoperta in Alaska, in una biblioteca. Jon Klassen si è trovato a sfogliare un libro di racconti folkloristici tirolesi e ne è rimasto affascinato, trovandone intrigante il titolo. Il racconto è rimasto impresso nella sua memoria per un anno ma quando è riuscito a rileggerla nuovamente si è accorto che la sua mente aveva trasformato alcuni elementi, parti della storia, diventando di fatto una narrazione autonoma.

Tutto ha inizio nel buio di un bosco. Una bambina, Otilla, finalmente, scappa. Corre, corre nell’oscurità senza mai voltarsi. Alcune voci la chiamano ma lei non si gira. Non risponde. Intorno a lei solo neve, freddo, alberi altissimi: l’oscurità la avvolge. Otilla piange ma si rialza, prosegue il cammino, in completa solitudine fino a che non trova una casa, apparentemente disabitata. È immersa nella neve, dietro di essa un leggero chiarore dato dall’alba, presagio di un’esistenza magica, di alchimie occulte, sortilegi in atto.

Quando Otilla bussa in cerca di riparo le risponde un teschio. La fa entrare a patto che lo porti in braccio. È senza corpo, ha bisogno di aiuto.  Otilla entra là dove regna il silenzio. In ogni stanza aleggia il ricordo di ciò che non è più e non potrà mai più essere. Ricordi di stanze da ballo stracolme, serre piene di frutti, stanze con le pareti zeppe di souvenir.

Tra Otilla e il teschio sembra nascere una strana relazione: entrambi hanno bisogno di qualcuno che si prenda cura di loro. Hanno necessità di vincere la solitudine. Un rapporto particolare: è come se riuscissero a capirsi, a intendersi. L’armonia però viene squarciata a notte fonda, quando nella villa è solito camminare uno scheletro che vuole impossessarsi del teschio. Una maledizione che pervade i corridoi della casa.

“Dammi quel teschio, voglio quel teschio”.

La scena diventa dinamica. Otilla scappa tenendo in braccio il teschio (deve proteggerlo) e inseguita dallo scheletro. Si fa rincorrere fino al balcone della torre, con una mossa fulminea spinge giù lo scheletro. È finita? No, non ancora…

C’è un’ultima parte, quella che lascia più di stucco, perché inaspettata, anche inquietante se vogliamo. Non ci si aspetta quello che Klassen ha previso. La tenacia, la forza, la determinazione della bambina nel liberarsi della maledizione ha qualcosa di simbolico e ancestrale. Colpisce e lascia di stucco.

È un albo in cui a farla da padrone è il silenzio. Abita tra le righe del testo, risiede nella scelta dell’autore di non fornire troppe spiegazioni, se ne sente il bisogno dopo che si è finita una parte e ci si appresta a iniziarne una nuova. Avvolge tutto il racconto conferendogli un alone di mistero. Da chi scappava Otilla? Perché il teschio non vuole riunirsi allo scheletro? Era il suo scheletro?

La stessa rappresentazione di Otilla appare neutra ma angosciante. Ha gli occhi costantemente sgranati. È il bianco dei suoi occhi a prendere il sopravvento. Dal suo viso non traspaiono emozioni. Sembra imperscrutabile.

Una storia perturbante, che lascia un segno profondo nel lettore: non è solo un racconto di paura ma è una storia che la indaga. È uno spunto di riflessione sulla paura stessa, su come vincerla, su quanta determinazione e fermezza sono  necessarie per affrontarla e guardare, finalmente, avanti.

Un piccolo gioiello.

TITOLO: Il Teschio

AUTORE: Jon Klassen

EDITORE: ZooLibri

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