Grovigli di Petra

Parole, letture, ricordi, racconti, passioni e pensieri

“Mi limitavo ad amare te”

Titolo. Mi limitavo ad amare te Autrice: Rosella Postorino Editore: Feltrinelli
Pagine: 349
Anno pubblicazione: 2023


Mi limitavo ad amare te, di Rosella Postorino, finalista al premio Strega è uno di quei libri che ti colpisce allo stomaco per quello che racconta e come lo fa, senza fronzoli e senza addolcire la pillola. La guerra cambia, strappa, lacera anime, persone e famiglie. Irrompe nella vita, la rovescia, impone di crescere subito e senza amorevolezze. La brutalità è vivida e permea gli occhi di chi legge. Alcune pagine sono più dure di altre, spesse volte si fa fatica, perché la ferocia e la solitudine si sentono sulla pelle. I bambini dovrebbero vivere spensierati, quelli del libro sono cresciuti lontano dalle madri, dagli affetti e dal loro paese di nascita. Si sono dovuti abituare a vivere in un mondo che di punto in bianco è diventato estraneo e brutale. Sono cresciuti “in sottrazione”: di affetto, cure, carezze e favole. Hanno visto la crudeltà degli esseri viventi, ne sono rimasti spaventati e agghiacciati. La brutalità si è trattenuta nelle loro vene, nel midollo e una volta che ha attecchito è diventata parte del loro essere, del loro tessuto epidermico. L’unica salvezza? Fare un pezzo di strada con chi condivide la stessa cicatrice, il medesimo dolore, sperando così di crescere, di andare oltre, di oltrepassare quel macigno, quello spasimo ma in che modo poi? Come si diventa quando l’angoscia e il patimento, lo strazio e l’inquietudine si appropriano di te?
Nada, Danilo, Omar e Senadin sono i quattro ragazzi di cui seguiamo le vicende e che nel 1992 dopo il bombardamento dell’orfanotrofio a Bjelave a Sarajevo vengono messi su un pullman e portati in Italia. Un viaggio della speranza che parte da una lacerazione: Nada lascia suo fratello Ivo, combattente al fronte, Danilo l’intera famiglia che è rimasta in Bosnia, Omar una madre dal quale si è diviso dopo lo scoppio di una granata e di cui non ha saputo più niente anche se dentro di lui sa o spera che sia ancora viva a dispetto di quello che crede suo fratello Sen.
Il libro si divide in quattro parti, inizia nel 1992 e accompagna il lettore fino al 2011 quando i ragazzi di Sarajevo sono diventati grandi, oramai donne e uomini. Ognuno dovrà affrontare i propri demoni, il proprio passato, dovrà farci i conti e rimanerne in piedi. Non è facile per tutti, quello che hanno vissuto o che hanno visto con i loro occhi ha creato dei segni indelebili. C’è chi fa di tutto per dimenticare e ambientarsi in questo nuovo paese, l’Italia, tracciare un confine per poi “rinascere” altro da quello che era, come Danilo o sentirsi felice nell’avere una nuova famiglia come Sen. Omar, invece è colui che non si rassegnerà mai all’idea di aver perso sua madre, di averla, secondo lui, abbandonata, addolorato al solo pensiero di lei sola in quel mondo pieno di devastazione. Omar un’anima, all’apparenza, nera incapace di ambientarsi e di accettare di vivere lontano da quella che era la sua vita. Non vuole cedere al nuovo, come suo fratello e non riesce a guardare avanti. Sen si abitua subito senza quasi nessuno scossone, lui, Omar è sempre con lo sguardo rivolto a ciò che ha lasciato, estraneo a un mondo che non è più il suo e a regole e stili di vita che non gli appartengono.
Poi c’è Nada, bimba irruenta, tosta, che non ha paura della solitudine, irriverente, fuori dai canoni e dagli schemi. E’ lei il perno attorno a cui ruotano le vite di questi ragazzi, lei che ha avuto solo il fratello e che è costretta a costruirsi un mondo tutto suo senza l’aiuto di nessuno.
Attorno alla storia di questi ragazzi ruotano temi importanti e imponenti, uno di questi è quello dei legami, quelli recisi, mai nati, lasciati, strappati, come quello con le proprie

famiglie o meglio con le proprie madri. Postorino ci racconta di tanti tipi di madri. Quelle che ti mettono su un pullman per darti un’opportunità mentre prendono su di sé tutto il dolore, salvo poi non esserne in grado di gestirlo perché troppo violento e forte. Madri perdute, delle quali nella mente ti rimane solo un imperativo: “corri!”, mentre un dolore sordo prende il loro posto e ci si ritrova a un bivio: dimenticare per andare avanti o cercare quella voce anche a costo di perdersi e non trovare più il proprio posto nel mondo. Ci sono madri incrociate di rado lungo il cammino, quasi fossero un’ombra, perché già imbrigliate in un’esistenza devastante ancora prima della guerra e madri affidatarie sempre in bilico tra altruismo ed egoismo, desiderio di colmare un vuoto e offerta d’amore.
Un libro che ti rimane addosso a tal punto da costringerti a piegare la testa e rallentare il respiro per tornare alla realtà. Una scrittura fotografica che restituisce i colori sbiaditi di esistenze che hanno dovuto fare i conti troppo presto con il marcio della vita e in qualche modo ne sono usciti e sopravvissuti per forza, testardaggine, voglia di vivere o di non abbandonarsi al dolore.

Visioni…

Colori…

Tre nomi, un mistero da risolvere: Sherlock, Lupin e io

Tre nomi, un mistero da risolvere: Sherlock, Lupin e io

Motivare. Incuriosire. Agitare le acque. Perchè è proprio così che nasce il desiderio di leggere: da una scintilla, da una domanda, da un personaggio che ci incuriosisce e ci invita a seguirlo. Il primo volume della serie Sherlock, Lupin e io, il cui titolo è “il trio...

Sussurri…

Ma la notte…

Folletti…

IL GUANTO DI BABBO NATALE

IL GUANTO DI BABBO NATALE

IL GUANTO DI BABBO NATALE Il guanto di Babbo Natale è una storia semplice e deliziosa. È caratterizzata dall’essenzialità sia nelle illustrazioni sia nel racconto: poche parole, dosate, misurate ma che riescono a trasmettere la magia del Natale e del suo significato...

Condividiamo pensieri

Se quello che scrivo suscita la tua attenzione, se le mie parole in qualche modo possono sembrarti familiari, puoi contattarmi inviandomi una mail